Revolutionary road. Winslet e Di Caprio travolti da un tragico destino

“Revolutionary road” è semplicemente uno di quei film che non si possono non vedere. Il regista di “American Beauty” insieme alla moglie Kate Winslet ha scommesso grosso chiamando Di Caprio per interpretare il capofamiglia Wheeler e ingaggiando Kathy Bates per un ruolo secondario. È indubbia dunque la strizzatina d’occhio a “Titanic” e tragicamente paragonando questo a tale film, la stampa e la campagna pubblicitaria americana, ma non solo, l’ha aiutato ad affondare proprio come la nave. Ma dietro ci sono altre problematiche che hanno decretato un simile insuccesso: come di rigore all’epoca in cui si svolge, le persone fumano tanto in questa pellicola e la nuova politica di Hollywood è di eliminare in toto dal grande schermo la sigaretta per evitare problemi sia con l’industria del fumo, sia coi comitati anti-fumo. Mendes, coraggioso, ha lasciato così uscire nelle sale un film che avrebbe potuto essere visto da molti, ma che è stato visto da meno per colpa della severissima censura americana, la quale ha limitato la visione a un pubblico adulto oltre che per le sigarette anche per via dei contenuti in definitiva troppo scabrosi o violenti. La vicenda narrata la si trova prima fra le pagine dell’omonimo capolavoro di Yates, autore dell’inquietudine americana post-bellica per eccellenza. Il film emblematicamente si apre su di un palcoscenico: assistiamo alla fine di una commedia (o tragedia?) recitata dalla mogliettina April insieme ad altri attori mancati della provincia in cui vivono. Di Caprio – nel film si chiama Frank – la guarda basito dal suo posto in sala, come lo guardiamo noi, forse perché April non recita poi tanto bene o forse perché non la ama e non sa più cosa dirle. Segue una sfuriata coniugale in macchina e il film poi va a ritroso, indietro ai tempi quando la coppia di novelli sposini decise di comprare la villa su Revolutionary road. Il resto del film si struttura in modo quasi del tutto lineare, con rari, moderati, ma efficaci flashback qua e là. Considerato anche che Mendes è regista di teatro, ciò si riflette fortemente sul film. I temi trattati sono vicini a quelli di “American beauty”, ma essendo il contesto diverso, aumenta la drammaticità. A donare particolare enfasi agli aspetti dissacranti in relazione alla società dell’epoca, oltre all’intensità di entrambe le ormai consolidate star del film, c’è anche l’attore Michael Shannon, che interpreta John, l’amico di famiglia folle e disilluso che fa uscire la coppia dagli schemi di amicizie insulse, ma che al momento opportuno si sa far odiare raccontando qualche verità scottante di troppo. Pur essendo ambientato negli anni ’50, i colori e i toni di “Revolutionary road” non sono certo quelli nostalgici, frastornanti e melensi di melodrammi imitativi alla Sirk tipo “Lontano dal paradiso”. Questa famiglia insomma assomiglia fin troppo alla famiglia d’ oggi – ovviamente con le dovute differenze – e anche nella simbologia “Revolutionary road” si allontana marcatamente dai vari topos del genere. Ad esempio sono assenti le famigerate staccionate bianche e come sfondo alla bella villa dei Wheeler e in generale al luogo dove abitano scompare il solito cielo limpido e azzurro per lasciare posto quasi sempre a luci ed atmosfere livide, tenebrose, al limite della citazione del noir classico in sequenze come quella in cui Frank, stremato dall’ultima lite furibonda, si getta sul letto. Attorno alla casa dei Wheeler c’è un bosco, che con il suo aspetto abbastanza cupo è ben lungi dal rappresentare un idillio. Forse il film è così ben riuscito perché Mendes in esso ci ha messo del personale, a partire dalla brava e bella moglie, la Winslet, nella quale si fatica sul serio a trovare difetti, come pure accade per l’ormai appesantito Di Caprio, che giustamente ha saputo divenire altro e aggiudicarsi numerosi riconoscimenti per il suo impegno nel cinema, che da qualche anno a questa parte ha saputo trattare con spirito di estrema selettività e saggezza.

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