“Elephant” “Last Days” e “Paranoid Park”, la trilogia del disagio di Gus van Sant

Ho rimandato troppo la scrittura di questo articolo a causa di un esame importante e del timore di partorire un post lunghissimo che analizzasse tutti e tre i film. Poi mi sono reso conto che sarebbe stato più semplice e utile sottolineare le somiglianze fra queste tre pellicole con una fortissima continuità stilistica e contenutistica. Infatti secondo me sono da vedere insieme.

Nonostante i passaggi e vincite varie al Festival di Cannes di questi tre film, Gus van Sant viene ricordato più per “Belli e dannati – My own private Idaho ” (1991) con Keanu Reeves e il defunto River Phoenix oppure film mediocri dal punto di vista puramente tecnico, ma più Hollywoodiani come “Genio ribelle” e “Milk“. Penso che i giovani dovrebbero invece vedere questi tre film più recenti per molte ragioni.

Innanzitutto per avere un approccio moderno, giovane e diretto al lato tecnico-sperimentale del cinema e avere al contempo un assaggio di ciò che vivono i ragazzi di un po’ tutto il mondo in prima persona, sulla propria pelle, indipendentemente dalla fascia d’età dello spettatore. Che si tratti dei ragazzi della strage al liceo di Columbine o di un Kurt Cobain ‘fittizio’ oppure degli skater di Paranoid Park, sempre lì siamo: si tratta di incomunicabilità fra le generazioni giovani e il mondo adulto. Le figure autoritarie o genitoriali in tutti questi film sono assenti oppure si vedono a distanza o di spalle oppure come delle minacce (tanto da doverle “eliminare” fisicamente) e quindi il giovane diventa centrale, dominante, volenteroso di emancipazione, a volte squilibrato mentalmente.

E allora si seguono i personaggi in tempo reale, con dei piano-sequenza lunghi che li “tallonano” continuamente durante i loro pellegrinaggi all’interno di vari “corridoi di pensiero”. In ognuno di questi film i soggetti che vengono seguiti sono persone che bene o male vengono messe in risalto per la loro eccentricità, diversità o solitudine creativa.

A prima vista questi film possono sembrare inguardabili e inutili proprio a causa della lunghezza delle scene, ma se aguzziamo un po’ tutti i sensi capiremo che la colonna sonora che accompagna queste riprese (e non solo) è fondamentale e funzionale. Vi accorgerete che l’uso del pianosequenza sposato con una colonna sonora particolare narra molto più che con qualche discorso moraleggiante.

È il caso di un cinema d’arte perfettamente funzionale al racconto e al contenuto, che riesce a utilizzare mezzi “indigesti” al grande pubblico come può esserlo anche quel montaggio altalenante o dal moto circolare che ritorna sempre sulle stesse scene (ma con una prospettiva diversa ogni volta), per raccontare anche qualcosa del mondo giovanile eternamente tormentato e pregno di disagio.

Per questo io ho voluto intitolare questo post “La trilogia del disagio“, nonostante questi tre film insieme a “Gerry”, che devo ancora recuperare, vengano spesso definiti film su la Morte. Ovviamente anche questo è un tema fondamentale che si ripresenta in modo abbastanza centrale, ma credo che quella sia solo una conseguenza al ben più forte e complicato disagio di vivere che viene rappresentato.

Naturalmente, per chi ancora non l’avesse compreso, io consiglio la visione integrale di tutti questi film, ma visto che Youtube è pieno di filmati (e anche film completi), mi sembrava giusto inserire qualche spezzone che potesse interessare e invogliare alla visione.

Scene da “Elephant” Miglior regia Cannes 2003

Piani-sequenza

Finale

 ”Paranoid Park” Premio speciale 60esimo Festival di Cannes – Miglior film del 2007 secondo Cahiers du Cinéma

Famosa scena della doccia

“Last Days” 

Inizio film

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