“Nascondiglio” (poesia, 2009)
In questa sezione “letteraria” trovate il mio racconto ”L’uomo che odiava i cani” (2006), valutato dal sito Homo Scrivens per la pubblicazione online.
Segue poi un altro racconto breve, inedito, “La morte in testa” (2010).
È in progetto l’autoproduzione e promozione in formato Ebook di una mia opera ancora in fase di editing.
L’UOMO CHE ODIAVA I CANI
(versione originalmente pubblicata)
http://www.homoscrivens.it/racconti/persone_personaggi/spinosi01.htm
(versione rivista)
L’uomo che odiava i cani in realtà detestava i loro padroni.
Ogni mattina, quando l’uomo che odiava i cani usciva di casa per andare a lavoro, si incamminava verso il bar che distava poco più di cinquanta metri dal suo palazzo per prendere il solito cappuccino e una pasta alla crema. Al fine di raggiungere il bar era necessario attraversare la trafficatissima strada dove l’uomo che odiava i cani aveva la sua attuale residenza. L’attesa al semaforo, sempre rosso, per l’uomo che odiava i cani pareva un’eternità e inoltre riusciva a far germogliare in lui una sorta di tensione negativa, una preoccupazione seppur lieve per la propria esistenza e di lì a poco avrebbe potuto esplodere diventando rabbia e fastidio… L’uomo che odiava i cani, come ormai accadeva da anni e più o meno sempre nelle stesse modalità, vide comparire l’Uomo dei cani dall’altro lato della strada. Questa era percorsa da un vialetto alberato centrale: i vecchi seduti a lungo sulle panchine, bimbi pigramente oscillanti su di altalene devastate, padroni di cani con le loro bestie a zonzo più o meno libere… Là dove era presente abbastanza erba da nasconderle, le loro bellissime feci, a profusione.L’uomo dei cani accompagnava sempre i suoi grandi e scodinzolanti cani lupo nella loro corsa mattutina, la quale prevedeva solitamente copiose defecazioni nell’erbetta del parco. Effettuato l’attraversamento della strada dopo l’infinita attesa, l’uomo che odiava i cani per forza di cose si imbatteva nel padrone e nelle due bestie, bene attento per correttezza e buona educazione a non esprimere ad alta voce la sua ripugnanza per quella razza, che aveva ben poco di amichevole, e per il loro possessore. Non sarebbe esistito padrone senza una razza e non sarebbe esistito luogo al mondo in cui una razza non avesse avuto almeno un padrone.
L’uomo che odiava i cani indietreggiava totalmente terrorizzato da quelle creature e ancor più impaurito da colui che li teneva a bada tramite un guinzaglio. Quell’oggetto in verità veniva adoperato solamente per entrare nei negozi e in qualsiasi altro luogo pubblico, dove i cani avrebbero comunque creato un certo scompiglio. Alla fine delle sue abituali uscite mattutine coi suoi amici a quattro zampe, l’uomo dei cani per costringerli a salire sulla sua mostruosa autovettura, un fuoristrada alto e nero coi vetri posteriori oscurati, adoperava i guinzagli con maggior forza a tal punto da farli mugolare.
In giornata l’uomo che odiava i cani avrebbe rimosso comunque gli episodi dell’uomo coi cani, come del resto si era abituato a fare da anni quando questo si ripeteva incessantemente e più o meno nelle stesse modalità tutti i giorni.
Del resto per l’uomo che odiava i cani la vita procedeva in modo regolare e sereno.
Andava tutte le mattine allo studio legale e faceva il suo mestiere egregiamente.
All’ora di pranzo incontrava la sua compagna, che quando aveva sufficiente tempo e fantasia era ben felice di nutrire insieme a lui la loro fame sessuale.
L’uomo che odiava i cani si recava poi a casa della madre anziana e malata per aiutarla a riordinare in cucina e dopo a metterla a letto per il sonnellino pomeridiano.
Nel secondo pomeriggio riprendeva il suo lavoro allo studio legale associato, dove non mancava a volte di passare piacevoli momenti di relax col collega coetaneo, di norma uscendo da quella sede di lavoro non troppo tardi.
Alle volte dopo cena, se ne aveva voglia, andava al cinema oppure si recava in qualche locale con o senza la sua compagna, che distrutta da un lavoro più impegnativo ed estenuante del suo non pareva sempre riuscire ad arrivare ad ore così tarde per compiacere il suo amore.
Dopodiché l’uomo che odiava i cani se ne tornava a casa e andava subito a letto.
Nel buio e nella solitudine della sua dimora spesso la notte veniva tenuto sveglio da cani ringhianti che incanalavano il suono dei propri ululati nel nulla, senza alcuna replica degli uomini, tristi e al contempo sollevati dalla loro predisposizione e bravura nel fare apparire come un’amicizia scanzonata, quasi simile a quella di un moccioso, quella che era in verità una forma spietata di governo, assoluto e monarchico. Persino la morte di quelle povere bestie, nella maggior parte dei casi, avveniva per decisione dei loro padroni.
L’uomo che odiava i cani in realtà detestava i loro padroni.
Una mattina, quando l’uomo che odiava i cani uscì di casa per andare a lavoro, costretto naturalmente ad attraversare la solita strada trafficatissima, vide comparire l’uomo dei cani dall’altro lato, come sempre.
Effettuato l’attraversamento dopo un’infinita attesa, l’uomo che odiava i cani per forza di cose si imbatté di nuovo nel padrone e nelle due bestie.
Una delle due saltò addosso all’uomo che odiava i cani, il quale non poté fare a meno di urlare per lo spavento e ovviamente per il disdegno nei confronti del padrone.
Da parte sua l’uomo dei cani non poté fare a meno di richiamare giocosamente il suo cane lupo ed ecco che rivolse la parola all’uomo che odiava i cani o almeno queste furono le sue aspettative minime riguardo l’atteggiamento del padrone.
«Non ti fa niente. Sta’ buono!» disse invece il padrone al cane: così il guardarlo dialogare, come se nessun altro essere fosse esistito a quel mondo, col cane che rispose da bravo a suon di latrati, fu fonte di maggiore angoscia per l’uomo che odiava i cani.
Egli restò senza capacità di rispondere. Faticava a respirare e gli occhi gli si immobilizzarono. Per un attimo credette di non poterli più muovere, focalizzati com’erano soltanto ed esclusivamente su quella magnifica coppia.
Cane-servo, uomo-padrone.
Il terrore dell’uomo che odiava i cani si affievolì soltanto quando uno dei due animali, attirato da una bicicletta che gli sfrecciava davanti, si allontanò sfuggendo al padrone, il quale si vide costretto a corrergli dietro come un matto per acciuffarlo.
Lentamente, l’uomo che odiava i cani camminò fino allo studio legale e fece il suo lavoro in modo egregio, senza però non pensare all’episodio sconvolgente di quella mattina.
All’ora di pranzo l’uomo ebbe uno dei suoi abituali incontri con la compagna amata, la quale ascoltò con grande interesse il racconto dell’uomo e che infine provò a consigliargli di prendersi un cane anche lui in modo da vincere la paura e più semplicemente per trovarsi un amico che gli facesse compagnia in casa.
L’uomo che odiava i cani quella volta non propose nessun tipo di appartamento con la compagna.
Proseguì nella giornata occupandosi prima della madre, che invece di riposare a letto si addormentò in poltrona davanti a un documentario sui lupi; in seguito tornò allo studio, dove però l’amico collega non c’era.
La sera, nel piccolo parco sotto casa sua, l’uomo che odiava i cani localizzò l’uomo dei cani con una soltanto delle due bestie. Legato il cane-lupo ad un palo, il padrone scambiò due parole con l’uomo che odiava i cani, che venne con un certo stupore a conoscenza della scomparsa del cane assente.
Vide allontanarsi la coppia cane-padrone che per distrazione aveva lasciato il guinzaglio sulla panchina, di fianco a lui, e se ne impossessò ritornandosene poi a casa.
Il mattino seguente, al semaforo, l’uomo dei cani comparve da solo.
Compassionevole, l’uomo che odiava i cani chiese all’uomo dei cani che fine avesse fatto il cane superstite e venne a sapere con enorme stupore che il cane era morto ucciso in un incidente accaduto immediatamente dopo il loro incontro la sera prima, sulla trafficatissima strada in cui avevano residenza i due uomini. Ora, soli entrambi, si resero conto, uno che in fondo i suoi due cani non erano stati poi così riconoscenti verso il loro padrone, l’altro che con la scomparsa di quei due cani-lupo il mondo in generale non era cambiato di una sola virgola, mentre il suo sì. Tanto è vero che poche settimane dopo la sua compagna decise di trasferirsi a casa sua definitivamente, dove non ci sarebbe stato né bisogno di appartarsi, né tanto meno di cani sostitutivi.
Furio Spinosi
LA MORTE IN TESTA
Si sedevano quasi tutti i giorni davanti allo specchio, chiacchieravano, si riunivano. Era un momento fondamentale nella loro giornata impegnatissima. Arrivavano in massa, tutte puntualmente prima delle dieci e mezza per potersi far sistemare le loro vecchie chiome tinte. Le altre, per i veri tagli, di quando in quando venivano nelle pause oppure il pomeriggio e la sera dopo il lavoro.
«Per quanto io possa sembrare il tipico tedesco slavato e allampanato, sono un cittadino anche italiano», risposi ad una signora sui sessanta – l’età media della mia clientela. Con il cellulare fisso in mano mi aveva chiesto «Ma quando credi che farai ritorno in Germania, Alex?». Le avrei sputato in quella testaccia. Privata del suo finto color platino pareva erbaccia di campo. Riuscii a tenerla muta per quasi un minuto, ma poi intervenne la signora accanto a lei «Ma perché lo vuoi rimandare in Germania? Mandarlo via significherebbe privarsi di un talentuoso bel giovanotto!» «La ringrazio del giovanotto, visti i miei quarant’anni suonati… E per il talentuoso logicamente!».
Quelli erano momenti odiosi, quando le signore iniziavano a fare ciò che non competeva loro. Non erano proprio in grado di sostenere le conversazioni politiche sulla Germania a cui davano spesso inizio, e io mi stancavo terribilmente a dovermi spiegare sempre. Ma forse con voi dovrei farlo…
La cosa che un parrucchiere ama più fare è tagliare i capelli a un’attrice o comunque una donna famosa, semplicemente perché significa mettersi in tasca un bel gruzzolo, anche per sistemare con due tre colpi di spazzola la chioma della diva di turno. Queste signore invece venivano tutti i santi giorni a richiedere gli stessi medesimi colpi, ma non erano dive, erano donne in cerca di un’immagine ripulita che con poco impegno avrebbero raggiunto da sé in casa loro davanti a uno specchio con le loro spazzole. Invece venivano da me, sganciavano neanche tanti soldi e si facevano servire. Con il tempo mi sono adeguato all’aumento generale dei prezzi, ma a differenza di molti altri, ho imparato ad alzare le mie tariffe e ad applicare una certa coerenza. Oggi se una donna entra, si siede e mi dice qualcosa di questo tipo «No, no! Mi dia solo una sistematina… Stasera sono invitata a una cena dove devo apparire al massimo delle mie potenzialità», io sarei tentato di risponderle che di potenzialità ne ha poche o nessuna, ma uso questa formula: «Ma signora, fra due tre ore sarà di nuovo spettinata, perché dovrei sistemarle i capelli? Piuttosto tagliamo!»
Preferisco appunto convincerle a migliorare il taglio o a stravolgerlo completamente, ma in diversi casi si stizziscono, in quanto vogliono rimanere così come sono con due miseri colpi di spazzola e soprattutto per ragioni di risparmio. In quei casi il prezzo troppo alto a loro avviso, non posso dar loro torto di questo ma è la mia unica arma, scatena delle discussioni che inevitabilmente si concludono con l’allontanamento di queste signore dalla boutique, con mio grande piacere visto che sono costrette a pagare dopo che ho lavorato per loro.
La scelta è impopolare, ma preferisco essere giusto. Da Alex entrate normali e uscite dive spendendo il giusto, mentre dalla vera diva posso percepire anche una cifra da potermi permettere due voli Berlino andata e ritorno, seduta stante.
La mia apprendista l’ho licenziata io stesso quando mi ha chiesto di congedarsi motivando che ho metodi assurdi, che non impara niente e che sono sgarbato con le donne. Una volta l’ho sentita nel retro, mentre parlava con una cliente a cui faceva lo shampoo, e insieme mi avevano goliardicamente denominato Kapo…
Ammetto di non avere gran simpatia per le donne, ma verso di loro ho sempre avuto un grandissimo riguardo. Fra l’altro, non infierisco mai sulla loro ignoranza e inettitudine. Il cliente ha sempre ragione. Una regola sacrosanta, ma, diciamolo, da interpretare. In nome dei soldi dobbiamo essere gentili, ma abbiamo una dignità da difendere. Un orgoglio. L’orgoglio me lo ha insegnato mio padre, un semplice barbiere per uomini. Mi ha insegnato il mestiere come nessuna delle scuole fatte in giro per l’Europa è mai riuscita a fare. Io in Germania ci torno tutti gli anni, ma ci vado in vacanza per rilassarmi e divertirmi con il mio partner, a trovare mio padre all’ospizio e a vedere la tomba di mia madre. Per vivere lavoro in Italia, ma vivo solamente quando torno a casa. In Italia taglio i capelli, che crescono, sì, ma di fatto sono cellule già morte o che stanno per morire. «La morte ce l’abbiamo in testa» dice sempre mio padre.
Furio Spinosi
io odio i cani… ma non ho paura… e ho anche un cane… Quill, che ora è con me.. non mi lascia mai..
ciao, i tuoi racconti sono molto interessanti e le storie così diverse! il primo leggendolo mi ha ricordato quasi un personaggio di kafka, così abitudinario e pauroso, ma il lieto fine è una vera sorpresa e mi ha preso molto il cuore. Il secondo è veramente una perla! originalissimo! Ma il tuo libro è fatto di racconti?
Mi fa molto piacere, questo paragone “kafkiano” è davvero importante!!! Non posso negare che vi sia una influenza, anche se quando lo scrissi anni fa non avevo in realtà mai letto nulla ancora dello scrittore se non “La metamorfosi”. Non c’è nessun libro, se ti riferisci alla cosa che ho intenzione di pubblicare autoproducendomi è anche quello un racconto, anche se più lungo di questi due! Grazie mille della visita e del commento!