
Super 8, in uno dei suoi strati più in profondità dove si affaccia una vena intimista e drammatica, è un film a suo modo intrigante, se non addirittura bello, poiché trova la sua ragione di esistere nel dare risalto alla vita dei ragazzini protagonisti e lasciare il mostro alieno invisibile a lungo.

Super 8 vuole essere un omaggio spassionato, con tanto di benedizione da parte del produttore Spielberg, ai film alieni di prima maniera del caro Steven, in particolare l’ormai leggendario “E.T. L’extra-terrestre”. Nonostante sia girato ai giorni nostri e con i mezzi eccezionali che Hollywood ormai ha a disposizione, viene ambientato nel ’79 con anacronismi qua e là e qualche variazione sul tema. I ragazzi ad esempio sono un po’ più grandicelli, e i due protagonisti hanno a che fare con problemi un po’ più gravi. Per non parlare dell’alieno, che oltre ad essere gigante, non si vede per gran parte del film.
C’è un evento tragico a far da prologo alla vicenda narrata di cui tuttavia non ci viene mai detto troppo. Eppure dovrebbe essere ciò che crea il conflitto principale che si intromette fra Joe, Alice e i rispettivi padri: il padre ubriacone di lei avrebbe causato involontariamente la morte della madre di lui. Un carico di potenziale emotivo e umano che si disperde nell’ultimo atto, per lasciare il passo al tipico trambusto action condito di esplosioni ed effettoni tipicamente Hollywoodiani. Quel conflitto che si era creato in precedenza si risolve magicamente in un happy ending d’ordinanza con una facilità e melensaggine notevoli.
Il regista J.J. Abrams, arcinoto per essere co-autore/creatore di serie come “Lost” e ideatore/produttore del notevole “Cloverfield” insieme all’amico regista Matt Reeves, in un’ intervista disponibile nel Dvd del film, rivela che aveva l’idea della scena (ottima) dell’incidente del treno che libererà poi il mostro alieno tenuto segreto dall’Area 51 per decenni. Tuttavia non aveva ancora pensato a una storia di senso compiuto che rendesse questo germe di genere fantascientifico florido e plausibile nel contesto di una realtà più umana. In seguito ha avuto l’idea di rendere il film meta-cinematografico e persino autobiografico, con la trovata dei ragazzini che girano un film amatoriale in super 8. C’è chi ha gridato al capolavoro solo per questo motivo! Un po’ esagerato…


Con qualche riserva nei confronti di un regista giovane in tutto – ancora poco materiale del tutto originale, pochi i film diretti -, che si dimostra più abile come produttore e ideatore, viene da dire che Abrams debba ancora crescere e che non abbia ancora trovato l’autentica ispirazione per poter partorire un vero capolavoro. Non trovo interessante il suo insistere volutamente con l’errore fotografico del “riflesso”, va a finire che ti ritrovi disseminati in tutto il film questi fastidiosi sbrilluccichii. Come intrattenitore e «direttore d’orchestra» è bravissimo almeno quanto Spielberg, ci sa senz’altro fare con gli attori (i bambini e i ragazzi non sono facili da dirigere), ma registicamente parlando non propone niente di nuovo, se non appunto dei vezzi che nulla aggiungono.
Probabilmente non è solo colpa sua, ma anche dei tempi che corrono che poco spazio lasciano alla creatività e molto invece ne danno al dio denaro.
I due giovani attori protagonisti, Elle Fanning e Joel Courtney, sono molto naturali e quindi interpretano con una convinzione espressiva che riesce addirittura a rompere il muro per me estraniante del doppiaggio italiano. Nonostante non vada al di là di un unico tema principale e ai canonici accompagnamenti musicali da scena d’azione, la colonna sonora composta da Michael Giacchino – che conosciamo bene come compositore di tutta la colonna sonora di “Lost” – è una nota molto positiva della pellicola. Lo sviluppo paradossalmente più bello ed interessante è proprio quello della figura dell’alieno. Il modo in cui alla fine riesce a comunicare, ad aprirsi agli umani con tanto di apertura degli occhi (con forme geometriche abbastanza simili alla creatura di E.T) e liberarsi infine dalla prigionia degli uomini per prendere il volo di ritorno a casa è inusuale e piuttosto creativo. Non un capolavoro, non particolarmente originale, ma comunque un film discreto.



