Inland Empire è Lynch all’ennesima potenza

 

A distanza di quasi tre anni dalla sua uscita, mi sento finalmente di pubblicare un mio giudizio complessivo riguardo l’ultima fatica di David Lynch “Inland Empire – L’impero della mente”. Senza dubbio trattasi di un capolavoro nel senso che Lynch qui è riuscito a dare il suo massimo, ma non necessariamente il suo meglio. A mio avviso considerando i molteplici aspetti che un film può avere, primi fra tutti quelli narratologici ed estetici,  il suo più bel lavoro rimane il film precedente, Mulholland Drive, naturalmente a pari livelli di Velluto Blu e Twin Peaks (sia il film che la serie). INLAND EMPIRE dura la bellezza di due ore e cinquantadue minuti, quasi tre ore insomma. Questo se non si considera l’ora e un quarto di scene eliminate che è stata poi reinserita in un piccolo film extra separato intitolato “More things that happened (Altre cose che accaddero)”, il quale è incluso nella versione in DVD da collezionisti mai uscita in Italia – ma di cui si trovano degli estratti su Youtube mi pare -  che non aggiunge poi tanto alla storia, anche se può dare qualche idea più precisa. Partendo da un lato puramente esteriore, la prima cosa che salta all’occhio è la quasi totale adorazione di Lynch per il digitale e per l’attrice Laura Dern, poco attiva nel cinema in generale, ma una vera icona nel cinema lynchano vista la partecipazione a ben due dei suoi più grandi successi Velluto Blu e Cuore selvaggio. Dal punto di vista della trama, una descrizione che non analizzi scena per scena il film è improponibile, ma io tenterò comunque un’operazione simile anche per comodità mia, perché voglio chiarirmi le mia visione personale in vista della mia tesi di laurea che quasi certamente verterà su questo film. Il personaggio di Laura Dern è una attrice di nome Nikki, che nel tentativo di interpretare Sue Blue, nome che è tutto un programma, in un film dal passato oscuro – si tratta di una riesumazione di un film mai completato per via dell’uccisione dei due protagonisti – finirà per perdersi nei meandri della propria mente rivivendo esperienze traumatiche passate, che l’hanno fatta passare per violenze, prostituzione e assurde stregonerie da far accapponare la pelle. Questo si presume accada per via di un’eccessiva identificazione col personaggio che deve interpretare, il quale, come nel film-sogno precedente Mulholland Drive, prende vita autonomamente e genera altre situazioni e storie. Questo gioco di specchi, crea nuovi movimenti tortuosi in libertà all’interno di una struttura che idealmente avrebbe potuto essere più decifrabile, come nel caso del suddetto film Mulholland Drive in cui con un po’ di nozioni sul comportamento dell’inconscio e dell’onirico ci si cavava fuori qualcosa, ma la struttura in Inland Empire è così libera – libera come non mai, dice Lynch che prima di questo film non si era mai sentito in grado di esprimersi al meglio a causa dei costi, della pesantezza e lentezza produttiva facendo le cose in maniera tradizionale su pellicola – che stavolta Lynch ha giocato sull’eccesso assoluto applicando strati su strati. Il risultato è quello di un film cerebrale che può causare un poco di mal di testa. Potrebbe essere l’ 8 e mezzo di Lynch ha detto qualcuno, dunque di genere metacinematografico, in cui la protagonista diventa una sorta di vittima del suo stesso lavorio cinematografico fino a perdersi definitivamente. E questa sostanzialmente è la chiave unica con la quale si può leggere questo film con tutti i propri sensi, abbandonandosi dunque alla sua natura fatta di incastri, sovrapposizioni, moti irregolari, che solo apparentemente non hanno un senso logico comune. Con le molto consigliate successive visioni infatti si capiranno a livello assolutamente istintivo e non razionale le varie corrispondenze. Un po’ come quando si riascolta attentamente una grande sinfonia beethoveniana e si impara a riconoscere nelle diverse variazioni di un tema le mille corrispondenze e rimandi. Anche Canova è del parere che il film di Lynch porti il cinema ad assomigliare a una sinfonia: “Sfido chiunque a riassumere Inland Empire, come pure la nona di Beethoven o un dipinto di Pollock”. L’impegno artistico di Lynch e i suoi collaboratori in questo film è stato di proporzioni colossali nonostante i costi rispetto alle precedenti opere siano stati più contenuti. Jeremy Irons appare in qualche divertente scena iniziale come il regista del film maledetto, e a suo fianco c’è il sempre splendido e lynchanissimo Harry Dean Stanton, nel ruolo di un aiutoregista eternamente squattrinato che si riduce a chiedere soldi in prestito a tutti i membri dell troupe compresi i due protagonisti del film. C’è una spasmodica brama di liberare la creatività in questo film e questo non si è riflesso solo sull’enorme mole narrativa, ma anche sulla fotografia, il montaggio, la colonna sonora, la costruzione delle scenografie, tutti settori per la prima volta curati interamente dal signor Lynch e egregiamente realizzati, con risultati che non hanno niente da invidiare al talento musicale del fedele compositore lynchano Angelo Badalamenti o ai suoi direttori della fotografia di fiducia come Frederick Elmes, Peter Deming e Freddie Francis. C’è chi ha additato questo film come un’opera di provocazione sperimentale a discapito della qualità dell’immagine… Ma solo perchè non c’è la patina cristallina di un film girato tradizionalmente o dei colori ipersaturi a cui la postmodernità ci ha abituati ciò non significa che sia peggio. Sono mezzi diversi a cui semplicemente dobbiamo un po’ abituarci e a cui ci stiamo già abituando vedendo sempre più film e telefilm girati con questa tecnologia che sta rivoluzionando il modo di fare cinema. Lynch dice che il più grande vantaggio, oltre alla maggiore elasticità della cinepresa digitale che è più leggera dunque impiegabile praticamente in qualsiasi situazione e angolazione, è quello di poter schiaffare subito dopo le riprese tutto il girato che si vuole direttamente su computer per poi poterlo montare e rielaborare a vari livelli. Facendo anch’io questo genere di cose, anche se a livelli infinitesimalmente più scarsi, la cosa dona a tutti gli aspiranti film-maker molte più possibilità di realizzare ciò che vogliono! Lynch si è scoperto talmente entusiasta del mezzo che ha assolutamente affermato di voler non tornare mai più a girare film su pellicola. E chi può dargli torto? Io dico che Lynch deve fare ciò che si sente di fare e questo ci è stato confermato dalla sua grande produzione in altri ambiti. Alcuni davvero astrusi come la produzione di caffè o di video in cui mangia mutande, altri invece più interessanti come l’arredamento, la pittura e scultura astratta, la fotografia, la musica. Lui, come del resto faceva il divino Kubrick, per fare un film si prende tutto il tempo che gli ci vuole, anche un decennio se necessita. Un consiglio che però io darei è magari di cambiare un po’ genere perché l’impressione generale che ho ogni volta che vedo Inland Empire, pur essendo il mio giudizio complessivamente molto positivo, è quello di trovarsi davanti ad una grande variazione di Mulholland Drive. Avrei gradito di più se Lynch, come è stato già capace di fare nel film Una storia vera, spostasse lo sguardo verso orizzonti nuovi e diversi.

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Schiavo del cinema (Inizio del Blog)

Non sono mai stato il tipo da diario, ma mi piace scrivere – racconti brevi, a volte brevissimi da sembrare quasi scheletri di racconti o, in altri casi, sceneggiature di film che vorrei poter dirigere e produrre se avessi la proverbiale bacchetta magica. Ne ho già anche avuto uno di log, ma lo chiusi per noia e mancanza di contenuti. Ho ricominciato per darmi una seconda possibilità e perchè in molti siti esiste un limite di caratteri in totale… Qua invece potrò sfogarmi senza pormi limiti. Perchè uso la parola ‘log’ e non blog? Beh, sono una specie di linguista senza licenza, mi reputo un più che discreto conoscitore del mondo angolofono, della cultura americana e della sua lingua e prima che tutto si trasferisse nel cosmo che è il web, il famoso ‘diario personale’ molti lo chiamavano log (es: dear log, today I…) . Blog non è che l’accorpamento accorciato – permettetemi il bisticcio – di weB e log, ossia diario di rete. Ma torniamo ai miei interessi e passioni. Chiamiamole pure ossessioni. Il cinema mi ha catturato quando ero piccolo. Sono diventato un suo prigioniero per scelta. I miei genitori mi hanno raccontato svariate volte che quando frequentavo l’asilo, le maestre mostrarono a noi un film della Disney col proiettore e la “pizza” – cosa ormai in disuso nelle scuole, vista la facilità (in teoria) di utilizzo di schermi grandi e apparecchi di proiezione elettronici – e che io per qualche scena che mi colpì, probabilmente quelle in cui compariva la tigre malvagia Sheer Khan, tornai a casa balbuziente e con effetto, fra l’altro, prolungato. Parlo del film d’animazione “Il libro della giungla” (1967) , di Wolfgang Reitherman, regista fra l’altro di alcuni miei preferiti come ‘La carica dei 101″ (1961), “Gli aristogatti” (1970) e “Bianca e Bernie” (1977). Al di là delle canzonette a ritmo di swing dell’orso Baloo e compagnia bella, il film è decisamente fra i più angoscianti della Disney, sia come atmosfere e disegni, ma anche come storia. Il mio ricordo di questo evento è quasi del tutto scomparso, come è comprensibile, anche se può darsi che riesca a ricordare l’aula gremita di bambini e l’oscuramento zebrato (stile film noir…) prodotto dalle veneziane abbassate per permettere una migliore visione dei film. Un evento che invece ricordo abbastanza bene è stato quando “Biancaneve e i sette nani” uscì per l’ennesima volta nelle sale e mio padre mi ci portò. All’epoca, probabilmente nel ’92, quando avevo otto anni, usava proiettare prima dei film animati un documentario sugli animali. Per circa mezzora, se non di più, ci dovettimo sorbire un odioso filmato sulle marmotte (o qualcosa del genere), dopodichè bastò un paio di scene del terrificante inizio-film di Biancaneve a disturbarmi e a convincere mio padre, che naturalmente aveva pagato una certa cifra, a defilarci. Il film, del 1937, è storico per la Disney poichè primo lungometraggio prodotto. La strega cattiva dalle insolite sembianze sensuali, direi quasi ipersessuate, e il delirio nel bosco incantato di Biancaneve dopo la scoperta che la madre vuole ucciderla, sono ormai leggenda di eccitante terrore.

Un cattivo fisicamente non disprezzabile

Ciò che ci spaventa, è inevitabile che ci incuriosisca. Per questo motivo amo tanto quei primi cartoni della Disney, che senza le loro scene paurose, con i perfidi e spesso avidi villains (cattivi) sarebbero valsi ben poco. Alla stessa maniera i film osceni e oscuri di Lynch mi hanno sempre attratto pur provocandomi spavento o incapacità di comprensione – le repentine apparizioni di Bob, il killer di Laura Palmer, che più tardi scopriamo essere niente meno che il padre, nella serie e poi nel film di Twin Peaks, mi terrorizzavano, particolarmente per il fatto che si svolgevano sempre in interni domestici dai colori caldi e rassicuranti. Lynch e Disney sembrano appartenere a due universi completamente opposti, eppure…

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C’è chi ha incolpato ingiustamente Walt Disney di uccidere la fantasia dei poveri fanciulli e di aver in qualche maniera inculcato nelle loro menti ideali astrusi e astratti, ma credo che si debba guardare più a fondo nel caso Disney come qualcosa che invece ha liberato la fantasia e l’ispirazione di molti. La mia e quella di molti altri di certo! Se Disney è riuscito a dare forma, colore, suono e movimento agli archetipi della cultura occidentale già espressi a fondo nei testi – dalla tragedia greca alla fiaba nera dei Grimm – portando una visione diversa e alle volte più ottimista (quì cè da considerare anche il potere di Hollywood e l’imposizione del lieto fine), non lo si deve certo condannare, piuttosto lodare perchè è riuscito a creare mondi pieni di contrasto, in cui convivono mille sfumature in lotta fra di loro. Lo si deve sempre ricordare il vecchio Walt Disney perchè vive ormai con i suoi film nell’immaginario collettivo e per la maggior parte dei casi nei cuori di un pubblico pressochè adulto. Le recenti produzioni, che hanno quasi del tutto abbandonato il sistema tradizionale di animazione privilegiando l’animazione computerizzata, sebbene buone non sono certo dello stesso livello. Allora meglio lo stile grossolano della famiglia Simpson, anche quella ormai diventata un archetipo che parla molto bene, se non dell’intero mondo, di ciò che è l’America e dei suoi bambini smarriti…