Recensione “Django Unchained” di Tarantino – IL NUOVO FILMANIACO

Puntatona speciale del “Nuovo Filmaniaco”!

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“J. Edgar”, Clint alle prese col Maccartismo e la psiche nel Potere

L’ultimo film di Clint Eastwood “J. Edgar” è un film insidioso poiché del diabolico e ombroso capo dell’F.B.I. John Edgar Hoover, interpretato da Di Caprio, offre un ritratto biografico  molto particolareggiato e psicologicamente profondo. La possibilità di prenderne le distanze nelle fasi di più fervente e maniacale “lotta contro l’invasione bolscevica” è molto ridotta proprio dalle grandi capacità che Eastwood ha saputo tirar fuori dal suo interprete e dagli altri attori che vestono il ruolo della madre autoritaria e possessiva, poi degli assistenti più fidati, la segretaria Helen Gandy (Naomi Watts) e il braccio destro Tolson (Armie Hammer). È difficile non simpatizzare con un personaggio di cui si viene a conoscere praticamente tutto il background. Se non ci fosse stata la capacità attoriale di Di Caprio  nel delineare questo Hoover spietato ai limiti della paranoia, allora forse “J. Edgar” sarebbe risultato un biopic storico sull’America freddo e noioso. Tutt’altro!

Sembrerebbe essere un film, più che storico o biografico, incentrato sul tema del difficile discernimento fra bene e male. Senza addentrarci in troppi dettagli della narrazione, che offre un excursus dagli anni 20 agli anni 70 con un particolare interesse verso il caso del rapimento Lindbergh e le indagini spesso illecite di Hoover volte a scovare gli “amici” dei comunisti in epoca maccartista,  si può dire che con l’avanzare del tempo il personaggio si mostra come qualcuno che segue degli ideali ben precisi, che a seconda dell’epoca e dei potenti con cui si trova ad avere a che fare, risulta prima incompreso, poi ben accolto ed infine di nuovo rifiutato, se non umiliato.

Ma ciò che colpisce maggiormente sono le numerose scene che indugiano sulla sua vita privata, partendo appunto dal rapporto morboso con la madre – interpretata dalla sempre eccellente Judi Dench -, per passare dal rapporto amoroso, seppur platonico, che nasce con l’assistente Tolson e poi finire coi rapporti di stretta confidenza con la segretaria personale, una ‘fidanzata mancata’ che nonostante sia rimasta dietro le quinte fu di estrema importanza per la storia di Hoover e dell’ F.B.I.

E proprio qui c’è da annotare che al di là della dettagliata biografia cinematografica, il film sembra voler omaggiare  l’evoluzione nella storia del Dipartimento di giustizia statunitense e dell’ F.B.I. Sicuramente questo è il pregio del film, che non si limita a un ritratto generico, ma va molto a fondo nelle sue due ore scarse.

Cint Eastwood anche se l’approccio nel suo modo di far cinema si distingue sempre notevolmente dal modus operandi di molti registuncoli hollywoodiani e si avvicina abbastanza quello dell’auteur, non sempre firma la sceneggiatura dei suoi film. Lo prova il fatto che ultimamente si sta limitando a realizzare “su commissione” opere scritte da giovani sceneggiatori hollywoodiani, come l’autore di questo film, il giovanissimo Dustin Lance Black. Tuttavia, se il pubblico ignora ciò (ed è quello che accade quasi sempre), si penserebbe che l’idea del film è totalmente del vecchio Clint. Sbagliato! Ritentate… :D

Ci sono molte note finezze dal punto di vista tecnico, come ad esempio la struttura a salti temporali fra presente e passato resi più morbidi dai passaggi, nel montaggio, per lo stesso luogo (riferendoci in particolare alla scena alla finestra e quella dell’ascensore). Il famoso trucco “invecchiato” e la recitazione da “vecchio” davanti ai quali molti hanno storto il naso,  in realtà almeno in Di Caprio e Naomi Watts sembrano molto ben riusciti, ad eccezione forse di qualche scena illuminata di taglio in cui si nota un po’ troppo la protesi facciale particolarmente evidente sull’ampia fronte. Ma parlando del resto, c’è solo da applaudire davanti alle scenografie e ai costumi molto oculatamente scelti e alla fotografia così de-satura che specie nelle scene “dark” sembra voler omaggiare in modo ineluttabile l’estetica dei ganster-movie e dei film noir tanto cara alla Hollywood degli anni in cui gran parte di questo film si svolge.

Inception, una espiazione onirica molto ingannevole.

Christopher Nolan ha studiato bene, a livello antropologico, l’anatomia, l’architettura dei sogni più comuni e condivisi nell’intero globo e l’ha magistralmente inserita nella sua ultima opera, “Inception”. È la sesta volta che vedo questo film che inganna incredibilmente le masse con uno dei più riusciti giochi illusionistici ad incastri. Non potrò dirlo con assoluta certezza, poiché la sceneggiatura, perfetta a mio avviso, è architettata in modo che rimanga il dubbio, ma vorrei esprimere la mia opinione senza addentrarmi in troppi dettagli tecnici del film, che il suo lo fa egregiamente. Nolan avrebbe potuto porre come sottotitolo ad Inception la formula “espiazione onirica”. Di certo il tema del senso di colpa non gli è nuovo, se si pensa al suo primo vero lungometraggio, “Memento”, in cui il protagonista, colpevole dell’uccisione della moglie, rimuove l’evento e rimane intrappolato in un altro tipo di labirinto costituitosi di vuoti di memoria che mandano in corto circuito la struttura narrativa del film. Più o meno “Inception” si erge sullo stesso processo di camuffamento, ma qui si fa meno fatica a capire rispetto ai deliri onirico-simbolici di “Mulholland Drive” di Lynch, che comunque rimangono i miei preferiti poiché molto più stimolanti dell’immaginazione e della capacità di interpretare dello spettatore. Trattasi niente di meno che di un grande sogno. In Italia, per accostarlo paradossalmente al genere della commedia corale, si potrebbe fare il gioco di parole che “Inception” è un sogno corale.

Che si tratta di un grande inganno lo si comprende dopo le prime due o tre visioni, facendo attenzione alle scene che in teoria dovrebbero svolgersi nella Realtà – e che invece sono sogno anche quelle. Esemplare è la scena d’azione a Mombasa in cui Dom Cobb (Leonardo Di Caprio), nel tentativo di fuga da anonimi nemici (anche questo grande segno di vaghezza onirica) rimane incastrato fra due edifici, anche se con un po’ di sforzo alla fine riesce a sgusciare via. Io stesso ho ricordi vivi di sogni in cui nel tentar di fuggire mi ritrovo davanti a una via di fuga che però è stretta e apparentemente impossibile da penetrare. Se qualcuno ha avuto sogni simili, batta un colpo, anzi due. Svariati sono i riferimenti nel film al fatto che tutti i “sogni condivisi” in cui si immergono i protagonisti e che si inseriscono nel contesto teorico fantascientifico del film, siano sempre governati dal subconscio di Dom e i suoi ossessivi fantasmi – la moglie morta e i figli –, pronti in ogni momento a mandare all’aria gli apparenti piani di spionaggio che però una volta visti da vicino sembrano un po’ troppo vaghi e idealizzati. Non è un caso che Dom neghi, o quasi, ogni qual volta qualcuno tenti di chiedergli il motivo per cui irrompono senza motivo la sua moglie defunta o un treno merci (il cui senso si spiega più avanti in un flashback significativo in cui i due coniugi per risvegliarsi da “un sogno lungo cinquant’anni” si mettono sui binari aspettando la morte).

Non è un caso che Arianna (Ellen Page) nel sogno-addestramento attraversi un ponte che lo stesso Dom ricorda bene perché ci portò la moglie.

Non è un caso che ad inizio film, quando si tenta di spiegare i meccanismi dei sogni a più livelli, lo scopo dell’operazione di “estrazione” nei confronti del signore asiatico Saito (Ken Watanabe) sia ignoto e che quando Dom legge degli importanti documenti prelevati dalla cassaforte dell’uomo (altro elemento che troveremo più avanti nell’universo onirico costruito insieme alla moglie), venga risvegliato dal livello superiore prima di scoprire una verità importante. Ossia, che non è più in grado di discernere la realtà dal sogno? La moglie, fugacemente, mentre tutto crolla, dice all’asiatico “Ci siamo andati vicino!”. Certo che non ci poteva andare vicino a soli 10 minuti dall’inizio, altrimenti il film non andrebbe avanti…

Potrei continuare citando molti altri esempi, come quello della unica scena in cui Michael Caine recita sul serio e dove le sue espressioni di compatimento nei confronti di un Dom che non vuole vedere la realtà, parlano molto più di tante scene d’azione o esplicative.

Ma il film scorre ugualmente e rapisce qualsiasi spettatore. Perlopiù. Diciamo che se non si è avvezzi al cinema americano – ma ricordiamo comunque che Nolan, pur lavorando con Hollywood, è inglese – si può fare molta fatica a seguirlo.

Leonardo Di Caprio è un attore versatile. Forse è effettivamente sopravvalutato, ma io credo che sia uno dei pochi casi di divi giustamente sopravvalutati. Capace di gettarsi nell’interpretazione da action hero, che più che interpretazione è ginnastica coreografica, sa anche prendersi le sue pause e dare enfasi al sentimento, l’emozione, il pathos di un antieroe del genere noir che forse sa anche troppo di archetipico. Ma questo non è certo merito o colpa sua. Il personaggio non l’ha creato lui.

La Cotillard è un po’ leziosa, ma comunque “giusta”. Ellen Page, vista recentemente in “Juno”, è un’abile signorina che sa rubare la scena senza alcun problema a tutti gli altri interpreti.

Le scenografie sono a dir poco fantastiche. Niente sa di plastica, quasi niente di computer. Su questo abbiamo documenti che ci rivelano la quasi totale realizzazione alla vecchia maniera (modellini) di suggestivi effetti speciali. Ultima, ma non meno importante, la colonna sonora ambient e allo stesso tempo tradizionalmente da film d’azione di Hans Zimmer.

Forse i livelli di sogno potevano essere due in meno. Verso la fine si avverte una certa stanchezza e un po’ di inutilità (numerevoli sono gli spari e le esplosioni). Ma sono i rischi del mestiere

Revolutionary road. Winslet e Di Caprio travolti da un tragico destino

“Revolutionary road” è semplicemente uno di quei film che non si possono non vedere. Il regista di “American Beauty” insieme alla moglie Kate Winslet ha scommesso grosso chiamando Di Caprio per interpretare il capofamiglia Wheeler e ingaggiando Kathy Bates per un ruolo secondario. È indubbia dunque la strizzatina d’occhio a “Titanic” e tragicamente paragonando questo a tale film, la stampa e la campagna pubblicitaria americana, ma non solo, l’ha aiutato ad affondare proprio come la nave. Ma dietro ci sono altre problematiche che hanno decretato un simile insuccesso: come di rigore all’epoca in cui si svolge, le persone fumano tanto in questa pellicola e la nuova politica di Hollywood è di eliminare in toto dal grande schermo la sigaretta per evitare problemi sia con l’industria del fumo, sia coi comitati anti-fumo. Mendes, coraggioso, ha lasciato così uscire nelle sale un film che avrebbe potuto essere visto da molti, ma che è stato visto da meno per colpa della severissima censura americana, la quale ha limitato la visione a un pubblico adulto oltre che per le sigarette anche per via dei contenuti in definitiva troppo scabrosi o violenti. La vicenda narrata la si trova prima fra le pagine dell’omonimo capolavoro di Yates, autore dell’inquietudine americana post-bellica per eccellenza. Il film emblematicamente si apre su di un palcoscenico: assistiamo alla fine di una commedia (o tragedia?) recitata dalla mogliettina April insieme ad altri attori mancati della provincia in cui vivono. Di Caprio – nel film si chiama Frank – la guarda basito dal suo posto in sala, come lo guardiamo noi, forse perché April non recita poi tanto bene o forse perché non la ama e non sa più cosa dirle. Segue una sfuriata coniugale in macchina e il film poi va a ritroso, indietro ai tempi quando la coppia di novelli sposini decise di comprare la villa su Revolutionary road. Il resto del film si struttura in modo quasi del tutto lineare, con rari, moderati, ma efficaci flashback qua e là. Considerato anche che Mendes è regista di teatro, ciò si riflette fortemente sul film. I temi trattati sono vicini a quelli di “American beauty”, ma essendo il contesto diverso, aumenta la drammaticità. A donare particolare enfasi agli aspetti dissacranti in relazione alla società dell’epoca, oltre all’intensità di entrambe le ormai consolidate star del film, c’è anche l’attore Michael Shannon, che interpreta John, l’amico di famiglia folle e disilluso che fa uscire la coppia dagli schemi di amicizie insulse, ma che al momento opportuno si sa far odiare raccontando qualche verità scottante di troppo. Pur essendo ambientato negli anni ’50, i colori e i toni di “Revolutionary road” non sono certo quelli nostalgici, frastornanti e melensi di melodrammi imitativi alla Sirk tipo “Lontano dal paradiso”. Questa famiglia insomma assomiglia fin troppo alla famiglia d’ oggi – ovviamente con le dovute differenze – e anche nella simbologia “Revolutionary road” si allontana marcatamente dai vari topos del genere. Ad esempio sono assenti le famigerate staccionate bianche e come sfondo alla bella villa dei Wheeler e in generale al luogo dove abitano scompare il solito cielo limpido e azzurro per lasciare posto quasi sempre a luci ed atmosfere livide, tenebrose, al limite della citazione del noir classico in sequenze come quella in cui Frank, stremato dall’ultima lite furibonda, si getta sul letto. Attorno alla casa dei Wheeler c’è un bosco, che con il suo aspetto abbastanza cupo è ben lungi dal rappresentare un idillio. Forse il film è così ben riuscito perché Mendes in esso ci ha messo del personale, a partire dalla brava e bella moglie, la Winslet, nella quale si fatica sul serio a trovare difetti, come pure accade per l’ormai appesantito Di Caprio, che giustamente ha saputo divenire altro e aggiudicarsi numerosi riconoscimenti per il suo impegno nel cinema, che da qualche anno a questa parte ha saputo trattare con spirito di estrema selettività e saggezza.