Il film allegorico dei Simpson

Fra le tante cose che si possono dire del film dei Simpson – successo globale e indiscusso dell’anno scorso, ma lavoro su cui gli autori/animatori hanno lavorato tantissimi anni – c’è il fatto che è un’opera di un potere allegorico immenso e abbagliante, che fa riflettere sull’intero cosmo animato creato e tenuto in vita per vent’anni da Matt Groening e colleghi. La riflessione nella serie a puntate da 22 minuti c.a. certamente non è mai mancata, ma veniva abbattuta o attenuata da altri elementi che hanno sempre funzionato da grande distrazione per il pubblico, specie quello più giovane, il quale magari non arrivava a capirla totalmente.

Tempo fa ho letto un articolo in cui, fra le idee migliori che si proponevano per il film, c’era quella di riprendere il concetto del film con Jim Carrey “The Truman Show” – altra caratteristica distintiva dei Simpson è quella di stracitare a raffica altre opere e di piegarle ai bisogni dell’occasione -, percui i personaggi avrebbero finalmente scoperto di essere personaggi di una serie TV. Se questo non è poi finito esplicitamente nel film per svariati e ovvi motivi, in fondo è uno dei messaggi intrinsechi più straordinari del film dei Simpson. Ad ogni modo un omaggio o riferimento diretto al film drammatico con Carrey è largamente rappresentato dall’incapsulamento dell’intera città di Springfield all’interno di una stratosferica cupola di vetro per isolarla dal mondo, proprio come accade alla città di Truman. Si fa presto dunque a tirare le somme: se nella realtà drammaturgica del film l’isolamento è una conseguenza dell’indicibile capacità di Springfield di produrre spazzatura e inquinamento ambientale, nella realtà dialettica del film questo isolamento sta a rappresentare l’impossibilità dei Simpson di oltrepassare la linea della finzione e sfociare nel reale. Quando i Simpson sono costretti a fuggire, arrivano in Alaska per separarsi – Homer vuole rimanere, Marge e gli altri vogliono tornare a Springfield per liberarla dall’oppressione della cupola -, ma questo disgregamento avviene proprio perchè non sono più i Simpson che conosciamo, perchè si allontanano dal loro universo e vanno a rinchiudersi in un’altra prigione che di gradevole ha solo il paesaggio… Dove non sembrano vivere altri esseri umani all’infuori di loro e una misteriosa sciamana probabilmente prodotta dalla mente delirante di Homer. La riuscita scena dell’epifania non rivela solo ad Homer quanto sia inseparabile dalla famiglia e da Springfield, ma soprattutto rivela al pubblico che i Simpson non funzionano fuori dal loro microcosmo inventato che è Springfield. Pur somigliando per molti versi alla tipica famiglia americana, rimangono gialli e fuori dal mondo poichè grandissima finzione. Sono condannati, anche se alla fine del film viene distrutta, dentro la grande cupola di vetro che è la finzione del loro stesso spettacolo. La ricostruzione, durante l’epilogo, della città distrutta è la conferma di questo assunto e come ogni avventura dei Simpson che si rispetti, alla fine, tutto torna alla normalità.

Una immagine dall’inquietante epifania di Homer, scena-chiave del film. Sotto il manifesto del film.

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Schiavo del cinema (Inizio del Blog)

Non sono mai stato il tipo da diario, ma mi piace scrivere – racconti brevi, a volte brevissimi da sembrare quasi scheletri di racconti o, in altri casi, sceneggiature di film che vorrei poter dirigere e produrre se avessi la proverbiale bacchetta magica. Ne ho già anche avuto uno di log, ma lo chiusi per noia e mancanza di contenuti. Ho ricominciato per darmi una seconda possibilità e perchè in molti siti esiste un limite di caratteri in totale… Qua invece potrò sfogarmi senza pormi limiti. Perchè uso la parola ‘log’ e non blog? Beh, sono una specie di linguista senza licenza, mi reputo un più che discreto conoscitore del mondo angolofono, della cultura americana e della sua lingua e prima che tutto si trasferisse nel cosmo che è il web, il famoso ‘diario personale’ molti lo chiamavano log (es: dear log, today I…) . Blog non è che l’accorpamento accorciato – permettetemi il bisticcio – di weB e log, ossia diario di rete. Ma torniamo ai miei interessi e passioni. Chiamiamole pure ossessioni. Il cinema mi ha catturato quando ero piccolo. Sono diventato un suo prigioniero per scelta. I miei genitori mi hanno raccontato svariate volte che quando frequentavo l’asilo, le maestre mostrarono a noi un film della Disney col proiettore e la “pizza” – cosa ormai in disuso nelle scuole, vista la facilità (in teoria) di utilizzo di schermi grandi e apparecchi di proiezione elettronici – e che io per qualche scena che mi colpì, probabilmente quelle in cui compariva la tigre malvagia Sheer Khan, tornai a casa balbuziente e con effetto, fra l’altro, prolungato. Parlo del film d’animazione “Il libro della giungla” (1967) , di Wolfgang Reitherman, regista fra l’altro di alcuni miei preferiti come ‘La carica dei 101″ (1961), “Gli aristogatti” (1970) e “Bianca e Bernie” (1977). Al di là delle canzonette a ritmo di swing dell’orso Baloo e compagnia bella, il film è decisamente fra i più angoscianti della Disney, sia come atmosfere e disegni, ma anche come storia. Il mio ricordo di questo evento è quasi del tutto scomparso, come è comprensibile, anche se può darsi che riesca a ricordare l’aula gremita di bambini e l’oscuramento zebrato (stile film noir…) prodotto dalle veneziane abbassate per permettere una migliore visione dei film. Un evento che invece ricordo abbastanza bene è stato quando “Biancaneve e i sette nani” uscì per l’ennesima volta nelle sale e mio padre mi ci portò. All’epoca, probabilmente nel ’92, quando avevo otto anni, usava proiettare prima dei film animati un documentario sugli animali. Per circa mezzora, se non di più, ci dovettimo sorbire un odioso filmato sulle marmotte (o qualcosa del genere), dopodichè bastò un paio di scene del terrificante inizio-film di Biancaneve a disturbarmi e a convincere mio padre, che naturalmente aveva pagato una certa cifra, a defilarci. Il film, del 1937, è storico per la Disney poichè primo lungometraggio prodotto. La strega cattiva dalle insolite sembianze sensuali, direi quasi ipersessuate, e il delirio nel bosco incantato di Biancaneve dopo la scoperta che la madre vuole ucciderla, sono ormai leggenda di eccitante terrore.

Un cattivo fisicamente non disprezzabile

Ciò che ci spaventa, è inevitabile che ci incuriosisca. Per questo motivo amo tanto quei primi cartoni della Disney, che senza le loro scene paurose, con i perfidi e spesso avidi villains (cattivi) sarebbero valsi ben poco. Alla stessa maniera i film osceni e oscuri di Lynch mi hanno sempre attratto pur provocandomi spavento o incapacità di comprensione – le repentine apparizioni di Bob, il killer di Laura Palmer, che più tardi scopriamo essere niente meno che il padre, nella serie e poi nel film di Twin Peaks, mi terrorizzavano, particolarmente per il fatto che si svolgevano sempre in interni domestici dai colori caldi e rassicuranti. Lynch e Disney sembrano appartenere a due universi completamente opposti, eppure…

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C’è chi ha incolpato ingiustamente Walt Disney di uccidere la fantasia dei poveri fanciulli e di aver in qualche maniera inculcato nelle loro menti ideali astrusi e astratti, ma credo che si debba guardare più a fondo nel caso Disney come qualcosa che invece ha liberato la fantasia e l’ispirazione di molti. La mia e quella di molti altri di certo! Se Disney è riuscito a dare forma, colore, suono e movimento agli archetipi della cultura occidentale già espressi a fondo nei testi – dalla tragedia greca alla fiaba nera dei Grimm – portando una visione diversa e alle volte più ottimista (quì cè da considerare anche il potere di Hollywood e l’imposizione del lieto fine), non lo si deve certo condannare, piuttosto lodare perchè è riuscito a creare mondi pieni di contrasto, in cui convivono mille sfumature in lotta fra di loro. Lo si deve sempre ricordare il vecchio Walt Disney perchè vive ormai con i suoi film nell’immaginario collettivo e per la maggior parte dei casi nei cuori di un pubblico pressochè adulto. Le recenti produzioni, che hanno quasi del tutto abbandonato il sistema tradizionale di animazione privilegiando l’animazione computerizzata, sebbene buone non sono certo dello stesso livello. Allora meglio lo stile grossolano della famiglia Simpson, anche quella ormai diventata un archetipo che parla molto bene, se non dell’intero mondo, di ciò che è l’America e dei suoi bambini smarriti…